CONVEGNO
In seguito a richiesta degli utenti pubblichiamo l'intervento del Commissario europeo Prof. Mario Monti al convegno organizzato dall'Associazione Giovani Europei nel 1998.
con il patrocinio di
UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI PALERMO
e con la collaborazione di
Assessorato Rapporti Comunitari e Internazionali-Città di PALERMO
Confederazione Italiana Dirigenti di Azienda, Unione Regionale Sicilia
Centro di Documentazione Europea, Università di Palermo
Hanno partecipato:
Dott. Paolo MEUCCI, Ufficio per l'Italia - Parlamento europeo
Prof. Antonino GULLOTTI, Magnifico Rettore Università degli Studi di Palermo
Dott. Alessandro FALSINA, Presidente Associazione Giovani Europei
Ha aperto i lavori il Commissario europeo,
Prof. Mario MONTI.
Ha moderato la Tavola Rotonda il:
Prof. Mario BALDASSARRI, Professore ordinario di Economia, Università La Sapienza di Roma
Hanno partecipato alla Tavola Rotonda:
On. Leoluca ORLANDO, Parlamento europeo, Sindaco di Palermo
On. Antonio DI PRIMA, Parlamento europeo
On. Luigi Alberto COLAJANNI, Parlamento europeo
On. Stefano DE LUCA, Parlamento europeo
On. Nello MUSUMECI, Parlamento europeo
On. Vincenzo VIOLA, Parlamento europeo
On. Giuseppe DRAGO, Presidente Regione Siciliana
Dott. Alfio NOTO, Presidente Banco di Sicilia,
Dott. Francesco Rosario AVERNA, Imprenditore
Dott. Gian Paolo CARROZZA, Presidente Confederazione Italiana Dirigenti di Azienda
Comunicazioni
Prof. Aurelio ANSELMO, Responsabile accademico C.D.E.Università degli Studi di Palermo
Salvatore ANSELMO, Responsabile Sportello EPICOR - A.G.E.
Riportiamo di seguito un brano dell'intervento del Commissario MONTI:
L'Europa, l'alleata dei giovani
" Associazione Giovani Europei. Ci sono dentro tutte le parole che racchiudono i temi sui quali è importante riflettere. Associazione, va da sé, significa conferire pensieri, riflessioni, dialogare e maturare. Ma l'accostamento di giovani ed Europa è qualche cosa di profondamente concreto e non, come si potrebbe forse pensare, di vago e retorico.
C'è una connessione profondissima tra i giovani e l'Europa e secondo me non possiamo capire l'Europa di oggi e non possiamo indirizzare l'Europa di domani, se non interpretando l'Europa come la migliore, qualche volta silenziosa, alleata dei giovani di tutti gli Stati membri.
Giovani e Mezzogiorno. Non so se siano due cose diverse. A me pare che giovani e Mezzogiorno siano due aspetti di uno stesso problema. Mai come oggi la questione del Mezzogiorno è inscindibilmente legata alla questione dei giovani; questo per due ragioni. Primo, perché la marginalizzazione o l'esclusione dai processi produttivi delle giovani generazioni ed il mancato recupero delle zone territoriali del Mezzogiorno d'Italia hanno la stessa origine. Sono entrambi dovuti a politiche economicheLa seconda ragione è che la soluzione a questi problemi non può che essere congiunta. Offrire prospettive di lavoro ai giovani passa necessariamente per un rilancio produttivo del sud, così come una riconsiderazione dell'intervento a favore delle zone più arretrate, non può prescindere dall'impatto che esso può provocare sull'occupazione giovanile.
Ed è proprio dalla combinazione di questi due obiettivi - occupazione giovanile e crescita produttiva al sud - che può emergere un programma per il miglioramento della competitività del sistema Paese che nel quadro dell'Unione Economica (e dal primo gennaio prossimo monetaria) è un imperativo assolutamente ineludibile.
I margini per superare le strozzature di fondo che ancora si oppongono all'accrescimento della produttività del sistema italiano, non esistono più: non si possono più eludere queste strozzature di fondo. Non c'è più lo strumento della variazione dei tassi di cambio, dell'introduzione di misure variabilmente protezionistiche o di interventi basati unicamente sull'incentivazione finanziaria.
Ma il fatto che siano scomparse queste vie facili (e solo di apparente soluzione dei problemi) non deve essere vissuto come un vincolo, come delle possibilità che l'Europa toglie alla soluzione dei problemi. Guardiamo in faccia la realtà: l'Europa toglie le false soluzioni ai problemi e costringe a guardare ai problemi nella loro realtà per trovare soluzioni reali nelle sedi reali.
I giovani ed in particolare i giovani meridionali che oggi non trovano lavoro, sono la generazione che pagherà le scelte fatte qualche decennio fa, periodo in cui venivano condotte politiche economiche disattente alle conseguenze sulle generazioni future. È una cosa molto concreta lo squilibrio intergenerazionale: non sono espressioni con cui ci si può sciacquare la bocca o rendere tersa la propria coscienza.
Negli anni '70 ed '80 lo sviluppo economico italiano è stato più alto di quanto sarebbe stato diversamente. Perché noi, allora, abbiamo consumato le risorse dei giovani di oggi. Lo sviluppo è stato più alto, in qualche fase più prorompente perché si è basato anche - non dico solo - sul disavanzo pubblico. Disavanzo pubblico che serviva a sopire conflitti (la nostra è una società che non ama il conflitto e preferisce scaricarlo su chi non c'è ancora, sui giovani che verranno).
Se oggi i giovani, in particolare nel Mezzogiorno, fanno tanta fatica a trovare lavoro, questo è anche perché la politica economica ha oggi le mani legate, margini di manovra ristretti, come conseguenza del fatto che si muove sotto questa massa di debito pubblico quasi senza pari in altri Paesi. È l'eredità di quella fase disattenta alle generazioni future.
E c'è voluta l'Europa per forzare nella cultura italiana cose semplici, forse un po' squallide, come il senso del numero, il senso della scadenza, il senso della verifica.
In fondo l'Italia aveva un articolo 81 della Costituzione che imponeva la copertura delle spese mediante entrate, aveva moniti continui della Banca d'Italia, aveva la possibilità per il Presidente della Repubblica, nel corso dei decenni, di rinviare leggi al Parlamento se prive di copertura finanziaria. E come mai, malgrado queste regole, si è riusciti a costruire una montagna imponente di debito pubblico? Forse perché non c'era la cultura della verifica. E come mai, quando si è cominciato a constatare che questa situazione andava cambiata, i piani per il rientro del disavanzo - come si chiamavano allora - slittavano e slittavano? Perché non c'era la cultura della scadenza.
Maastricht è servito: è riuscito ad indurre anche l'Italia, che dal 1992 in poi con i suoi diversi governi ha fatto sforzi ammirevoli ripagati alla fine da un risultato importante, ad entrare in linea con questa civiltà del rispetto delle generazioni future.
Ecco perché l'Europa è alleata dei giovani. Ed è molto paradossale che la Commissione e lo stesso Parlamento Europeo abbiano faticato in questi ultimi anni e non siano riusciti a presentare la ricchezza che sta al di là dell'apparente grigiore dei numeri del Trattato di Maastricht. Non siamo abbastanza riusciti a spiegare la scelta di civiltà che è tutto questo.In fondo tutti e due, giovani e Mezzogiorno, sono due categorie di esclusi dalla partecipazione ad un processo di sviluppo. Il Mezzogiorno è tra gli esclusi; tra coloro che sono stati svantaggiati da una politica basata sui diritti acquisiti, sulle rigidità, sui finanziamenti a pioggia... Tutte parole queste, ricche di connotazione etica e politica positiva. Questo fa riflettere su come la politica e la politica economica italiana siano state per decenni guidate da motivazioni molto serie, appartenenti però all'etica delle intenzioni, più che all'etica delle responsabilità e dei risultati.
Quante volte le forze politiche, tutte insieme, hanno fabbricato leggi volte a tutelare la parte più debole con meccanismi disattenti però alle forze del mercato e che hanno avuto spesso un effetto boomerang? Ecco, l'economia del Mezzogiorno, che soffre di una arretratezza storica non ha ricevuto la chiave per innescare uno sviluppo endogeno; ha ricevuto molti tentativi di supplire alla mancanza di questo. Malgrado i notevoli sussidi ricevuti, la crescita nel quinquennio 1992/1997, è stata solo dell'1,7%. L'occupazione si è ridotta di circa 600.000 unità, oltre la metà della flessione complessiva.
Naturalmente il Mezzogiorno non è una zona tutta omogenea e segni di vitalità, per esempio per le esportazioni, sono ben visibili in diversi comparti di diverse aree. Tuttavia, nell'insieme, il solco che separa il sud dal resto d'Italia si è ancora approfondito ed il prodotto interno lordo procapite, è tuttora di poco superiore alla metà di quello medio che è del 54%. Sono anche ripresi i movimenti migratori verso il nord.
Per la disoccupazione giovanile il tasso registrato al sud, 55%, è drammaticamente più elevato di quello del nord; 15,6% o della media italiana, 31.8. Essere giovani al sud significa essere esclusi due volte.
Ebbene la ricetta per uscire da questa doppia esclusione è invece unica. Voi giovani meridionali nel difendere il vostro avvenire, avete la possibilità di farvi portatori di un interesse più generale; quello della zona nella quale vivete.
L'occupazione e la crescita devono essere ottenute attraverso una politica dell'offerta. Sono ormai finiti i tempi in cui l'illusione di agire su sostegno della domanda raccoglieva plausi convinti. È attraverso il miglioramento della competitività che le imprese possono svilupparsi. Bisogna autonomamente passare da una economia assistita ad una economia competitiva. Autonomamente perché in Europa, con un mercato unico, perfezionato dalla moneta unica, nessuno ha interesse a vedere migliorare la posizione competitiva dei propri vicini.
Siamo chiari, l'Italia ha avuto grande beneficio, anche se vissuto attraverso qualche mugugno, dai vincoli di Maastricht. In parte è il resto d'Europa che si è occupato con questa pressione del risanamento finanziario italiano. Ma perché? Ma perché c'era un interesse generale di ciascuno degli altri Paesi a non farsi contagiare finanziariamente nella intima convivenza nella moneta unica europea.
Ma credete che ci sia un altrettanto comune interesse nel condominio europeo a mettere pressioni sul singolo Paese - poniamo sull'Italia - affinché diventi più competitivo rispetto alla Francia, alla Germania o all'Olanda? Non possiamo aspettarcelo, sarebbe alquanto contro natura se avvenisse. Ecco perché bisogna molto più basarsi sulle proprie forze e bisogna cercare, sul piano nazionale così come sul piano territoriale, di incorporare attraverso una cultura che nel frattempo è evoluta, quelle cose non tradizionalmente presenti nella cultura italiana: il senso della scadenza, il senso della cifra, il senso della verifica.
Per accrescere la competitività dell'Italia, in particolare nel Mezzogiorno, occorre prima di tutto cercare di far funzionare meglio il mercato. Il mercato unico europeo ha contribuito sostanzialmente ad imprimere una spinta verso la modernizzazione e l'impulso verso crescita ed occupazione.
Il buon funzionamento dei mercati è già di per sé qualche cosa di positivo. Attenzione, nessuno parla di jungla, nessuno parla di flessibilità incontrollata: il mercato ha bisogno di regole.
Applicare tempestivamente e fino in fondo le norme sul mercato unico, vuol dire far penetrare nel proprio tessuto economico quei principi di concorrenza e di trasparenza che determinano flessibilità, che è una delle condizioni necessarie per avere più occupazione. Da questo punto di vista l'Italia non è in buone condizioni; in questo momento l'Italia è 14ª tra i 15 Stati membri quanto a recepimento delle direttive comunitarie.
In questo quadro io vedrei molto bene un programma di liberalizzazione per dare a tutti i mercati quel tanto, e tanto letteralmente, di flessibilità che ancora manca. E certamente non si tratta solo del mercato del lavoro, di cui sempre si parla, ma anche dei mercati dei prodotti, dei servizi, dei capitali ed il sistema creditizio ed il sistema finanziario in generale.
Sono stato colpito da un dato che ho visto recentemente secondo il quale la produttività del capitale in Europa è di circa il 30% inferiore alla produttività del capitale degli Stati Uniti. Si parla sempre ed è giusto, di produttività del lavoro; ma la produttività di capitale è anche molto importante ed evidentemente un sistema finanziario non pienamente efficiente non dà tutto quel contributo che potrebbe alla produttività del capitale.
Gli investimenti sono ovviamente anche cruciali e direi che quando si parla di investimenti bisognerebbe prima di tutto riferirsi agli investimenti di capitale umano.
E così anche il capitale fisico, gli investimenti, sia pubblici che privati, hanno un ruolo. In questo periodo stiamo portando la riflessione a Bruxelles sulla necessità, nell'interesse delle generazioni future, di non limitarsi a volere un basso disavanzo pubblico, ma su quella di azzerare quel disavanzo pubblico e lasciare qualche spazio per il finanziamento di serie spese di investimento che generano offerta e possibilità di occupazione nel futuro.
Un punto anche necessario sul piano europeo, così come sul piano nazionale è quello di ristrutturare il carico fiscale.
Questi sono alcuni spunti di politica economica particolarmente importanti se si vuole dare più respiro al Mezzogiorno. Ed interventi più specifici sul Mezzogiorno, naturalmente, sono possibili e sono necessari.
Telegraficamente tre aspetti a cui a Bruxelles si dà una particolare importanza.
Uno è la finalizzazione degli aiuti a precise condizioni ed obiettivi. La via della programmazione negoziata, patti territoriali e contratti d'area, mira appunto a definire un contesto unitario e coerente con gli interventi. Eppure molte imprese si ritirano dai patti territoriali perché preferiscono gli incentivi meno condizionanti della legge 488, che sta per essere rifinanziata. Ma allora bisogna rendere più attrattivi i Patti, non attraverso una rincorsa al contributo più facile, ma rendendo più attraenti le condizioni di operatività delle imprese.
Perché non includere decisamente misure di flessibilità anche in materia di lavoro e di salario per le imprese che si impegnano in un contratto?
Secondo aspetto: semplificazione degli strumenti e delle strutture.
Speriamo veramente che venga portata a realizzazione la proposta di unificare e ridefinire in termini di procedure i 160 tipi di incentivi agli investimenti industriali oggi esistenti. Nell'esaminare gli interventi a favore dell'occupazione abbiamo rilevato ben 47 diversi programmi per stimolare la creazione di nuovi posti di lavoro. Ma come possono le imprese muoversi attraverso questa jungla di misure? Il bisogno di semplificazione è grande.
Terzo punto: pieno utilizzo dei fondi comunitari. Il Ministero del Tesoro sta lavorando sul documento per il Mezzogiorno che farà il punto sulla riprogrammazione delle azioni per le quali è richiesto il finanziamento comunitario. Non occorre segnalare l'urgenza e l'importanza di questo lavoro data la drammatica sottoutilizzazione dei fondi strutturali comunitari. Inoltre bisogna cominciare ad elaborare il quadro comunitario di sostegno 2000/2006.
E ora qualche conclusione. Si è parlato di pressione fiscale e di flessibilità. Mi sembra che sia ormai chiaro a tutti che sul piano nazionale e sul piano territoriale queste sono leve per dare competitività e prospettive di occupazione. Condivido la posizione di chi dice: in Italia occorre una riduzione della pressione fiscale.
È chiaro tuttavia che la montagna già accettata del debito pubblico renderà inevitabilmente più lenta che in altri Paesi la riduzione possibile della pressione fiscale. Poi bisogna usare l'altra leva, quella delle flessibilità di tutti i mercati. Il tema a questo legato molto strettamente, al centro, secondo me, delle preoccupazioni per i giovani è quello delle pensioni. Tutte le analisi internazionali mostrano che in molti Paesi industriali il sistema previdenziale è squilibrato, che l'Italia è tra quelli nei quali lo è di più, e che esiste un consenso generale sul fatto che sarà necessaria una ulteriore riforma dopo i primi passi fatti negli anni recenti.
Spesso a livello politico si riconosce che prima o poi il problema pensioni andrà riaffrontato. Si riconosce anche che il "poi" rende più costoso l'intervento che non il "prima". Ma si dice: il Paese non è maturo, il Paese non vuole. Siamo sicuri che l'opinione pubblica italiana non sia matura per questo intervento?
Penso che l'opinione pubblica italiana abbia dato prova nel corso degli anni di una straordinaria prontezza ad accogliere provvedimenti di politica economica strutturalmente giusti e nell'interesse del futuro, se solo sono stati loro spiegati.
Nel 1985 vi fu in Italia un referendum popolare in materia di scala mobile e si chiese agli elettori se erano d'accordo nel vedere contenuta, ridotta, la scala mobile. La previsione generale era che mai sarebbe passato questo referendum. Ebbene, è stato approvato a larga maggioranza.
Nel 1992, il governo di Giuliano Amato, sotto l'impulso del movimento verso Maastricht e di una crisi della lira, introdusse il primo grande pacchetto di risanamento della Finanza pubblica: 93.000 miliardi. Scetticismo, sicurezza che le piazze avrebbero avuto la meglio rispetto al Parlamento ed al governo. Non fu così.
Ultimo esempio, 1996/98, gli sforzi per entrare fin dall'inizio nella moneta unica europea: chissà come avrebbe reagito il Paese. Il Paese sarebbe morto, l'opinione pubblica non avrebbe accettato... L'opinione pubblica ha seguito, non con entusiasmo, ma con molta convinzione.
In tutto questo i giovani possono avere oggi un ruolo particolare. In questa fase storica si ha l'impressione - io non ne sono ben sicuro - che i giovani siano piuttosto ripiegati sul proprio individuale e tutti concentrati in questa situazione così problematica del mercato del lavoro per prepararsi per entrambi.
Mi chiedo se in questa fase storica non vi sia spazio e necessità per un maggior impegno critico e propositivo, da parte dei giovani, mosso da un egoismo di generazione. Ma che finirebbe per essere nell'interesse generale.